BIENNALE 2009-2010
Spontaneità e organizzazione nella “macchina culturale” a propellente umano

 

Alla fine, saremmo felici se, grazie a questa mostra, potessimo sentire dove la nostra società sta andando, quali sogni il futuro ha in serbo per noi
Kazuyo Sejima, Direttore della 12a Mostra Internazionale di Architettura di Venezia 2010

 

esposizione_del_precariatoSi è conclusa trionfalmente il 21 novembre 2010 la 12a Mostra Internazionale di Architettura di Venezia. Sul sito di Biennale leggiamo che il risultato finale è di 170.801 visitatori. Durante le 12 settimane di apertura, la Mostra è stata ai primi posti tra le esposizioni italiane più visitate. Inoltre, l'incasso di sabato 20 novembre, 67.723 euro, sarà devoluto a favore della popolazione colpita dalle alluvioni nel Veneto.

Sembrerebbe andato tutto per il verso giusto, ma sul fronte della vertenza dei lavoratori stagionali e precari i risultati sono alquanto deludenti.

Cominciamo col dire che dopo lo sciagurato accordo del 30 luglio - che ha decretato una drastica riduzione del personale stagionale e del monte ore complessivo - la CGIL è corsa furbescamente ai ripari promettendo ai precari 

l’apertura di un tavolo comune a tutte le istituzioni culturali veneziane perché si predisponga un programma di riqualificazione e formazione dei lavoratori. Questo - si legge nel comunicato - per creare un bacino di risorse qualificate (circa 110 unità) dal quale attingere per le esigenze degli enti culturali della città.

A stagione ormai conclusa questo “tavolo” continua ad essere un miraggio ed il magro risultato a cui si è giunti è ben riassunto nel documento d'intesa firmato da Biennale e CGIL in data 19 novembre 2010:

Le OO. SS. informano La Biennale sui contatti in corso con l'Amministrazione comunale per l'implementazione del tavolo per la formazione e riqualificazione professionale dei lavoratori addetti ai servizi di guardiania nelle istituzioni veneziane di cui all'accordo firmato il 28 luglio u.s.

La Biennale ribadisce la propria disponibilità alla partecipazione al progetto di riqualificazione formazione e crescita professionale delle risorse al fine di creare un bacino a disposizione delle istituzioni culturali veneziane e nell'ambito di tale progetto, verificherà insieme alle ditte incaricate la possibilità di coinvolgere i lavoratori una volta formati e qualificati professionalmente in attività e servizi nell'ambito del cantiere allestitivo e disallestitivo della prossima Esposizione internazionale d'Arte che si svolgerà dal 1 giugno al 27 novembre 2011.

Soprassediamo sull'elemosina che Biennale - attraverso Adecco - offre ai precari per permetter loro di raggiungere i requisiti minimi per usufruire del sussidio di disoccupazione: l'agenzia interinale sta provvedendo ad impiegare in altre funzioni, attraverso una giornata di lavoro prevista per il 23 novembre, 41 lavoratori attualmente addetti alla guardiania [...] e inoltre si sta adoperando per poter offrire un'ulteriore opportunità lavorativa a 11 lavoratori una seconda giornata di lavoro.

Da notare che dal documento di cui sopra non escono numeri rispetto alle “risorse” da formare ed il riferimento è relativo esclusivamente ai periodi di allestimento e disallestimento per la prossima esposizione d'Arte, dubitiamo quindi che tale bacino possa coinvolgere 110 unità. Evidentemente i lavoratori coinvolti saranno poche decine ed il resto rimarrà a bocca asciutta. Bisogna inoltre ricordare che ad oggi non esiste un accordo che stabilisca una “pianta organica” definitiva per il personale che svolge il servizio di guardiania non armata ed infatti per la prossima stagione non è stabilito il numero degli stagionali che verranno assunti. La conclusione è amara ma scontata: in città le categorie contrattualmente più deboli vengono tenute a bada da una presenza sindacale che promette il rispetto dei contratti e nel frattempo accetta la drammatica frammentazione delle realtà lavorative promuovendo tra i lavoratori una logica di stampo neo-corporativo.

Come Coordinamento abbiamo avuto modo di denunciare a più riprese l'atteggiamento della Fondazione, del Comune e della CGIL; adesso è arrivato il momento di tirare le somme e fare un piccolo bilancio su questa lotta che dura oramai da due anni e che ci ha visto soggetti politici attivi.

Venezia 2009: parecchie decine di giovani precari assunti saltuariamente alla Biennale partecipano a corsi di formazione di due settimane organizzati da Adecco e dalla stessa Biennale, finanziati dall'Ente Bilaterale Formatemp (tra i docenti, anche dei sindacalisti). Questi giovani — precari, disoccupati ma non stupidi — colgono subito il significato dell'operazione: gli allievi non sono retribuiti, ma il resto del baraccone si autoalimenta con la sua ragione di essere, cioè l'esistenza dei disoccupati stessi ai quali viene promesso a voce un contratto di assunzione. Terminato il corso solo a poche decine di loro viene offerto un contratto per tutta la stagione, mentre la maggior parte rimane con un pugno di mosche (al massimo un contratto di tre giorni!). Il malcontento trova sfogo in uno sciopero dal quale scaturisce una piccola rete di contatti via posta elettronica. Circola tra i lavoratori precari un commento di questo tenore:

La vertenza in Biennale mostra come sia possibile impostare, nonostante l'estrema difficoltà di unione e comunicazione tra lavoratori atipici, un'azione rivendicativa apparentemente senza sbocco: quando germi di polarizzazione sociale cominciano a generarsi e a dar luogo a un'embrionale rete di comunicazione spontanea, diventa fattibile sia organizzare uno sciopero prima impensabile, sia arrivare, grazie al collegamento con altre realtà lavorative, all'idea di un Coordinamento fra lavoratori nelle stesse condizioni. Il dato più terribile, e comunque normale al giorno d'oggi, è l'intreccio inestricabile degli interessi dei soggetti con cui i lavoratori hanno a che fare: cooperative e agenzie che forniscono lavoratori più o meno precari, enti committenti volutamente distratti rispetto ai lavoratori somministrati o appaltati, politici che piombano sulla lotta per ritagliarsi brandelli di visibilità, amministratori pubblici invischiati nel doppio ruolo di controparte padronale e di finti fiancheggiatori delle ragioni dei lavoratori.

È solo l'inizio: “l'intreccio inestricabile” si dimostrerà un vero mostro sociale assolutamente improduttivo in cui sono implicati tutti i livelli della concertazione, dagli enti che impiegano la forza lavoro a quelli che la gestiscono per “somministrarla”, dal Comune alla Regione, dallo Stato alle frange pseudo alternative dell'attivismo corrente. Nasce un coordinamento che coinvolge lavoratori di diverse aree di servizi del settore culturale; al suo interno sono presenti alcuni sindacalisti di base che all'inizio sembrano convinti di controllare la situazione ma ben presto entrano in conflitto con i lavoratori e lo abbandonano.

A maggio del 2010, in un incontro di cui i lavoratori sono avvisati a cose fatte, i sindacati firmano un accordo-capestro con Biennale accettando una drastica riduzione del personale e la diminuzione del monte ore. Il Coordinamento denuncia immediatamente il fatto chiedendo che venga ritirata la firma. I lavoratori notano intanto che i sindacalisti firmatari subito dopo l'accordo passano alla controparte, cioè all'Ente Bilaterale Turismo dell'area veneziana, un istituto, previsto dal nuovo modello contrattuale, che vede seduti allo stesso tavolo il padronato e la burocrazia sindacale per gestire in modo corporativo una serie di norme e finanziamenti (arbitrato, assunzioni, corsi di formazione, ecc.).

La firma dell'accordo all'insaputa dei lavoratori stagionali (metodo), i suoi contenuti (merito), la rete di interessi che lega enti, cooperative, sindacati e aziende fanno da detonatore ad un secondo ciclo di mobilitazioni. La CGIL annuncia il ritiro della firma e protesta contro il taglio del personale stagionale per le mostre della Biennale. La decisione è presa dopo un'infuocata assemblea dei lavoratori che mette in evidenza come l'accordo tradisca intese precedenti, già sottoscritte con la Biennale per tutelare il personale precario. Ma quell'intreccio che abbiamo appena definito “mostro sociale” si prende la rivincita.

Dopo due mesi di assemblee e iniziative coordinate, i lavoratori si trovano di fronte a un secondo accordo capestro: la stagione di eventi pubblici sta per cominciare, la direzione della Biennale sa benissimo che ha a che fare con il suddetto intreccio di interessi e non transige, la CGIL spinge infine i lavoratori ad accettare un accordo che è la fotocopia di quello disdetto. Attraverso il Coordinamento gli stessi lavoratori denunciano l'intreccio rendendolo pubblico su Internet e ricordando che della fregatura è corresponsabile il sindaco, vicepresidente della Biennale e mediatore fra le varie componenti sociali.

Da La Nuova di Venezia del 4 agosto 2010:

Soddisfazione per l’accordo siglato tra la Biennale e le organizzazioni sindacali in merito ai lavoratori stagionali che verranno impiegati dalla Fondazione durante i prossimi appuntamenti culturali. A esprimerla è il delegato del sindaco alle Politiche del Lavoro, Sebastiano Bonzio, che dice: «Si tratta di un risultato che è stato raggiunto grazie al contributo dato dai lavoratori, all’atteggiamento di disponibilità della Biennale e delle organizzazioni sindacali nel trovare rapidamente una soluzione concretamente praticabile».

Si capisce bene perché l'organico dei precari risulti praticamente dimezzato: ad essi saranno affiancati i mediatori culturali, una nuova figura professionale sperimentata per la prima volta a Torino e subito adottata a Venezia, una città-museo, la più appropriata a recepire l'affare. La pletora di studenti universitari avrà sbocco nel lavoro sottopagato o più spesso gratuito delle istituzioni “culturali”. Essendo gli studenti figure extra-contratto in “prestito”, sono facilmente raggirabili con il subdolo riferimento alla loro “cultura” e quindi facilmente adattabili al moderno schiavismo ottimizzato (almeno lo schiavo antico doveva essere alimentato anche quando non lavorava). Il cerchio si chiude: gli interessi dei responsabili degli enti o delle aziende che utilizzano manodopera sono facilmente integrabili con quelli degli enti o delle aziende che gestiscono il mercato del lavoro; i sindacati, gli intermediari e le strutture pubbliche siedono agli stessi tavoli di concertazione.

Combattere veramente il sistema di sfruttamento che sta alla base della “precarietà a vita” richiede uno sforzo collettivo che la classe lavoratrice tutta deve mettere in campo. Tale sistema può essere cambiato solo se i salariati sono in grado di ricomporre la loro forza ora sbrindellata, di ricomporre cioè la loro rete di classe, che ora come non mai non può essere per mestiere o per luoghi di lavoro ma territoriale, per semplice appartenenza, appunto, ad una classe. Il sindacato ha cercato di affrontare la questione, fallendo tuttavia completamente. Strutturato rigidamente come burocrazia parastatale per categorie di mestiere, non è attrezzato per gestire la polverizzazione del precariato. La CGIL ha realizzato il NIdiL (Nuove Identità di Lavoro), che è però una scatola vuota; così il lavoratore non ha altra scelta che aprire vertenze individuali, per le quali però non esistono quasi mai presupposti legali certi. Ne consegue che se non passa l'unità dei lavoratori, passano inevitabilmente l'isolamento e la “guerra tra poveri”.

 Coordinamento dei Lavoratori della Cultura in Lotta