UNIVERSITA' DI VENEZIA - ADDETTI ALLE PORTINERIE IN MOBILITAZIONE

Il Manifesto 16 Settembre 2009

Le portinerie dell'università di Venezia sono in outsourcing. Termine ormai sempre più (ab)usato e non soltanto dalle fabbriche e dalle aziende di servizi. Per i lavoratori delle portinerie universitarie veneziane (circa cinquanta) outsourcing equivale - come ormai per migliaia di lavoratori - a futuro super incerto. Nel caso specifico in un anno i lavoratori hanno cambiato per ben tre volte datore di lavoro. Infatti ben tre sono stati gli appalti. Che coincidono con una progressiva erosione dei diritti dei lavoratori. Ora però a rischio è il posto di lavoro tout-court. Da due giorni i cinquanta dipendenti delle portinerie sono in sciopero. Volantinano nel cortile dell'università di Ca' Foscari ben «controllati» dalla polizia presente in numero assai elevato. Indetto da tutti i sindacati, lo sciopero dovrebbe culminare oggi con una visita in Comune per cercare di coinvolgere anche la politica in questa vertenza.
I fatti li raccontano gli stessi lavoratori. «La nostra storia - dice Francesco - o meglio questo ultimo capitolo, inizia ad aprile del 2008 con la nuova gara d'appalto a cui partecipano una decina di ditte. Le prime due vengono estromesse per eccesso di ribasso». Cioè a dire che avevano fatto un'offerta molto al di sotto delle altre (una meno 27% e l'altra meno 17%), naturalmente a scapito dei salari. La seconda estromessa, il consorzio Ati (Mafinco e Stella Polare), però presenta delle controdeduzioni che convincono Ca' Foscari che infatti decide di affidare al consorzio l'incarico. Ben presto però si scopre l'inganno: il consorzio infatti vorrebbe riscrivere il contratto dei dipendenti al ribasso e dopo una pesante controversia con i lavoratori e i sindacati è la stessa università ad estromettere il consorzio per gravi inadempienze. «A questo punto - raccontano i lavoratori - Ca' Foscari contatta la cooperativa universitaria Biblos di Pescara, la terza classificata che è anche la prima delle regolari visto che nel suo caso non c'era l'eccessivo ribasso». Biblos nel frattempo aveva vinto il ricorso al Tar e quindi sembrerebbe legittimata come vincitrice dell'appalto. Ma le cose si complicano.
«L'altra Ati (Prodest e il guerriero) estromessa per via del ribasso, fa a sua volta ricorso al Tar - dice Francesco - insospettiva dalla scelta dell'università di accettare le controdeduzioni dell'altra estromessa». Che succede? Il Tar boccia il ricorso di Prodest che allora si rivolge al consiglio di stato. E qui le cose cambiano. Il consiglio infatti dà ragione a Prodest sostenendo che effettivamente i lavoratori stanziati presso le varie portinerie svolgono una prestazione lavorativa discontinua. Un falso clamoroso, come confermano i lavoratori. «Il nostro lavoro - dicono ancora i lavoratori - va ben oltre la semplice guardiania degli accessi. Dobbiamo per esempio predisporre le attrezzature multimediali e fare assistenza ai docenti, dobbiamo consegnare posta all'esterno della struttura, dobbiamo timbrare mandati di pagamento presso la banca consorziata con l'università e ancora dobbiamo controllare inserimento e disinserimento degli allarmi anti intrusione, solo per fare qualche esempio».
In un incontro con i sindacati la Prodest che a questo punto, grazie alla sentenza del consiglio di stato, ridiventa la vincitrice dell'appalto, fa sapere di voler mettere mano al contratto. Come? La risposta è facile da intuire. «Ci viene comunicato - racconta Francesco - che si vorrebbero spalmare le 40 ore settimanali di un operatore con tipologia continua alle 45 di una discontinua, mantenendo inalterata la retribuzione». Oltre al danno la beffa, perché così facendo dei 42 lavoratori attuale ne basterebbero 28.
I lavoratori non accettano il nuovo contratto e anzi chiedono ai sindacati di sostenerli nella loro protesta. Tre giorni di sciopero e assemblee per tentare di scongiurare un futuro che nella peggiore delle ipotesi li vede costretti a casa. «Di fatto - concludono i lavoratori - viene aumentato il carico di lavoro a fronte di un salario che è di poco più di 500 euro al mese. L'intero comparto - insistono - dei lavoratori del settore cultura, sottoposto al mercenario di turno e alle politiche sciagurate degli enti committenti, viene impiegato come pura manodopera da spremere, lanciando il triste messaggio che l'istituzione pubblica decade dalla sua stessa ragione d'essere, ovvero la tutela dei diritti e la veicolazione di valori di civiltà e rispetto, che vale forse la pena ricordarlo sono valori inalienabili e sanciti dalla nostra Costituzione».